Nemesi al supermarket

Nemesi-4

Almeno una volta all’anno al supermercato incontro la mia nemesi – a cui a quanto pare sta davvero molto a cuore il mio stato civile – che mi fa puntualmente la stessa fatidica domanda:

“Sposata o da sposare?”

Precisando “sai, adesso sono anche mamma!” e, implicitamente: datti una mossa, che l’orologio biologico avanza.

Mi piacerebbe rispondere “Nessuna delle due!”, che è quello che penso, o che non sono fatti suoi, o che no, non sono sposata, ma finché attendo il fatidico giorno mi sono procurata un paio di amanti per essere pronta.

Potrei stare male, essere una donna-madre-moglie frustrata e delusa, non avere il lavoro per cui ho studiato e sudato una vita o non averlo affatto, o essere portatrice insana di tutte le magagne del mondo, ma se sono sposata va tutto bene. In automatico, potrei risplendere anche se la mia vita fa schifo. Se poi ci aggiungo un figlio o due, il cerchio si chiude e tocchiamo la perfezione. Non importa se quella che si vede è luce riflessa e non la mia.

So già che dire qualcosa di diverso sarebbe una battaglia persa, o peggio ancora non verrei capita. Troppe volte al mio educato e sorridente “no”, mi sono sentita dire: “be’, se tu stai bene così…” Che è l’equivalente di: be’, se sei senza una gamba ma col bastone riesci a camminare lo stesso… Cosa che, credetemi, è davvero davvero svilente (per chi la dice).
Quindi, mi limito a sorridere con il sorriso più bello che riesco a trovare e a scivolare delicatamente verso lo scaffale del tonno, di cui come ogni settimana farò incetta preparandomi a gustarlo nelle mie dolci serate estive sul divano davanti a un bel film (anche questo tipico da donna-non-sposata e sicuramente non-madre).

Poi ci rifletto, e mi dico che non dovrei prendermela, ma essere contenta. Contenta di come sono, perché mi piace. Contenta di non sentire il bisogno a tutti i costi di un matrimonio per essere completa e realizzata. Contenta di avere una madre che mai me l’ha imposto come ragione di vita, ma che mi ha sempre detto di lottare e di lavorare in primis su me stessa, senza affannarmi a cercare un principe azzurro che mi infili al dito un bel brillocco e mi faccia fare una bella nidiata di bambini. Ma un po’ mi arrabbio, anche, perché mi piacerebbe che quello sguardo che ho visto nella tizia di cui sopra e che sicuramente si troverà in molti altri esemplari umani, non esistesse più. Mi piacerebbe che, come io comprendo chi ha fatto scelte diverse dalle mie e a volte ne ho stima, ci fosse altrettanto anche per chi non fa del matrimonio il suo unico obiettivo.

Insomma, mi piacerebbe vedere uno sguardo di rispetto, non di commiserazione.

Il punto non è sposarsi o meno, per quanto mi riguarda potrei pure farlo domani. Il punto è che le domande dovrebbero essere diverse.
Vorrei che la questione topica non fosse più “sei sposata?” ma “cosa fai nella vita? cosa stai costruendo per te stessa? sei felice di quello che fai?”. A volte mi sembra davvero utopia.

Stiamo lottando con le unghie e con i denti per i diritti delle donne, per quelli civili, perché qualcosa cambi in meglio, perché le scelte di tutti vengano rispettate, e poi nella banalità quotidiana vai al supermercato e il risultato di trenta secondi di conversazione “fra donne” è questo.

Mi rendo tristemente conto che di strada ne abbiamo davvero ancora tanta da fare.

Comunque, il tonno era davvero ottimo.

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