La gentilezza rende più belli

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Questa storia, che parla di gentilezza e del suo esatto contrario, inizia con un paio di calzini.

Sì, avete capito bene: dei calzini colorati, bellissimi ma purtroppo della misura sbagliata. E del mio tentativo di cambiarli – con un risultato, ahimè, infelice.

Ieri sono entrata nel negozio in cui li avevo acquistati e, con educazione e buone maniere, ho spiegato la situazione alla commessa. Chi mi conosce sa che non butto mai via niente… tranne le cose utili. Anche questa volta, nella frenesia dei regali di Natale, lo scontrino era volato dritto nell’immondizia. Tuttavia, i calzini erano ancora impacchettati nel sacchettino col nome del negozio e, essendo piuttosto inconfondibili sia per marca che per fantasia, era certo che li avessi acquistati proprio lì e non altrove. Ma ero comunque preparata: so che “non si cambia senza lo scontrino” è una regola ferrea, e so che ero io a essere in difetto, per cui ero già pronta a rinunciare al cambio e acquistarne un altro paio. Con buona pace dei calzini con la misura sbagliata.

Quello a cui non ero preparata, invece, è stato il trattamento che ho ricevuto. Premetto che nel negozio non c’erano quasi altri clienti, passato il 25 dicembre era un momento tranquillo, eppure la commessa non ha neanche alzato lo sguardo su di me, evidentemente seccata. I modi, le parole usate, l’espressione de viso, tutto di lei mi ha fatta sentire una nullità. Se fossi stata una ladra sarei stata trattata con più riguardo. Sono uscita con il magone in gola e un senso di umiliazione che raramente ho provato.
Quando ho abbassato gli occhi e ho visto che in mano non tenevo un borsone con un bottino da un milione di euro, ma uno stupidissimo paio di calzini colorati, mi sono chiesta perché.

Perché trattarmi così? Cos’avevo fatto di male a parte essere gentile e chiedere educatamente? Niente.
Mi sono chiesta quante persone, come me, hanno ricevuto, ricevono e riceveranno un trattamento simile, dalla signora di cui sopra e da altri, in un contesto simile come in mille diversi, senza alcun apparente motivo.

La commessa aveva evidentemente una brutta giornata di suo. O almeno lo spero, per lei. Spero davvero che non sia così con tutti e tutti i giorni. Lo so, mi rendo conto che lavorare in un negozio sia davvero difficile e stancante, mi rendo conto che trattare con le persone è spesso complicato e ti esaurisce. E proprio per questo avevo scelto un orario di calma, senza il delirio che ci sarà coi saldi dei prossimi giorni. Ed ero stata educata, scusandomi per prima, consapevole che la mia distrazione difficilmente mi avrebbe permesso di ottenere un cambio, pronta a pagare il doppio per un errore mio. Ma tant’è.

No, il negozio non è di tua proprietà. E no, non sei tu la padrona di quel posto. Ma è il tuo lavoro. È la tua attività quotidiana, quella che probabilmente ti permette di mantenerti, fare la spesa, pagare il mutuo, crescere un figlio. O semplicemente comprarti la borsa che ti piace a fine mese. Non ha importanza: questo è il tuo mestiere. Solo questo conta. E il tuo compito è farlo bene. Qualsiasi sia quello che fai, il tuo compito principale è sempre farlo bene.
E se hai a che fare con le persone, se il tuo lavoro comprende interagire con gli altri, il tuo compito principale diventa essere gentile. O vuol dire che il tuo lavoro non lo stai facendo bene, per niente.

Poi mi viene in mente l’impiegata delle poste che ieri, mentre spedivo una raccomandata, ha voluto mostrarmi la foto di sua nipote perché aveva gli occhi simili ai miei. O la ragazza del mercatino natalizio, che in questi giorni avrà visto passare centinaia di persone, eppure quando sono tornata a prendere un altro regalo mi ha riconosciuta e ricordava cos’avevo comperato la volta precedente. Ecco, loro sì che lo stanno facendo bene. E ci scommetterei che quando rientrano a casa, la sera, saranno stanche uguali, ma un pochino più contente.

La cosa che più mi ha ferita, non è stata sicuramente il mancato cambio dell’articolo, piuttosto l’espressione della commessa dei calzini – la ricorderò per sempre così. Un’espressione arrabbiata, infastidita, quasi cattiva… Un mix letale che modificava i lineamenti del viso rendendolo brutto. E ho capito perché.
Essere maleducati, essere indisponenti e trattare male gli altri, ci rende brutti. Possiamo truccarci e vestirci bene quanto vogliamo, ma risulteremo sempre sgradevoli, l’antitesi della bellezza. Io ero stata gentile, lei no. E quando sono uscita dal negozio mi sentivo anch’io più brutta, sicuramente più triste. Perché questa cosa, purtroppo, è contagiosa.

Il risultato ottenuto ieri è questo: non ho acquistato un secondo paio di calzini e sicuramente non entrerò mai più in quel negozio. Se qualcuno mi chiederà un’opinione, non potrà essere positiva.

I calzini sono ancora lì, nel loro sacchetto. Se ieri guardandoli provavo rabbia e amarezza, oggi li guardo e mi ricordano che la gentilezza, quando praticata, rende più belli. Meglio di un lifting e a costo zero.
È un’equazione molto semplice, alla fine. Ma che funziona solo se a praticarla siamo tutti, o il risultato sarà l’opposto.

Quindi il mio augurio per il nuovo anno è questo: gentilezza.
Siate gentili, anche quando la giornata è proprio no, anche quando è difficile e tutto vorreste tranne sorridere.
Essere gentili con gli altri significa esserlo prima di tutto con noi stessi.
Essere gentili significa sempre essere più belli.
Abbiamo solo da guadagnarci.

Fosse anche un paio di calzini colorati.

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