La gentilezza rende più belli

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Questa storia, che parla di gentilezza e del suo esatto contrario, inizia con un paio di calzini.

Sì, avete capito bene: dei calzini colorati, bellissimi ma purtroppo della misura sbagliata. E del mio tentativo di cambiarli – con un risultato, ahimè, infelice.

Ieri sono entrata nel negozio in cui li avevo acquistati e, con educazione e buone maniere, ho spiegato la situazione alla commessa. Chi mi conosce sa che non butto mai via niente… tranne le cose utili. Anche questa volta, nella frenesia dei regali di Natale, lo scontrino era volato dritto nell’immondizia. Tuttavia, i calzini erano ancora impacchettati nel sacchettino col nome del negozio e, essendo piuttosto inconfondibili sia per marca che per fantasia, era certo che li avessi acquistati proprio lì e non altrove. Ma ero comunque preparata: so che “non si cambia senza lo scontrino” è una regola ferrea, e so che ero io a essere in difetto, per cui ero già pronta a rinunciare al cambio e acquistarne un altro paio. Con buona pace dei calzini con la misura sbagliata.

Quello a cui non ero preparata, invece, è stato il trattamento che ho ricevuto. Premetto che nel negozio non c’erano quasi altri clienti, passato il 25 dicembre era un momento tranquillo, eppure la commessa non ha neanche alzato lo sguardo su di me, evidentemente seccata. I modi, le parole usate, l’espressione de viso, tutto di lei mi ha fatta sentire una nullità. Se fossi stata una ladra sarei stata trattata con più riguardo. Sono uscita con il magone in gola e un senso di umiliazione che raramente ho provato.
Quando ho abbassato gli occhi e ho visto che in mano non tenevo un borsone con un bottino da un milione di euro, ma uno stupidissimo paio di calzini colorati, mi sono chiesta perché.

Perché trattarmi così? Cos’avevo fatto di male a parte essere gentile e chiedere educatamente? Niente.
Mi sono chiesta quante persone, come me, hanno ricevuto, ricevono e riceveranno un trattamento simile, dalla signora di cui sopra e da altri, in un contesto simile come in mille diversi, senza alcun apparente motivo.

La commessa aveva evidentemente una brutta giornata di suo. O almeno lo spero, per lei. Spero davvero che non sia così con tutti e tutti i giorni. Lo so, mi rendo conto che lavorare in un negozio sia davvero difficile e stancante, mi rendo conto che trattare con le persone è spesso complicato e ti esaurisce. E proprio per questo avevo scelto un orario di calma, senza il delirio che ci sarà coi saldi dei prossimi giorni. Ed ero stata educata, scusandomi per prima, consapevole che la mia distrazione difficilmente mi avrebbe permesso di ottenere un cambio, pronta a pagare il doppio per un errore mio. Ma tant’è.

No, il negozio non è di tua proprietà. E no, non sei tu la padrona di quel posto. Ma è il tuo lavoro. È la tua attività quotidiana, quella che probabilmente ti permette di mantenerti, fare la spesa, pagare il mutuo, crescere un figlio. O semplicemente comprarti la borsa che ti piace a fine mese. Non ha importanza: questo è il tuo mestiere. Solo questo conta. E il tuo compito è farlo bene. Qualsiasi sia quello che fai, il tuo compito principale è sempre farlo bene.
E se hai a che fare con le persone, se il tuo lavoro comprende interagire con gli altri, il tuo compito principale diventa essere gentile. O vuol dire che il tuo lavoro non lo stai facendo bene, per niente.

Poi mi viene in mente l’impiegata delle poste che ieri, mentre spedivo una raccomandata, ha voluto mostrarmi la foto di sua nipote perché aveva gli occhi simili ai miei. O la ragazza del mercatino natalizio, che in questi giorni avrà visto passare centinaia di persone, eppure quando sono tornata a prendere un altro regalo mi ha riconosciuta e ricordava cos’avevo comperato la volta precedente. Ecco, loro sì che lo stanno facendo bene. E ci scommetterei che quando rientrano a casa, la sera, saranno stanche uguali, ma un pochino più contente.

La cosa che più mi ha ferita, non è stata sicuramente il mancato cambio dell’articolo, piuttosto l’espressione della commessa dei calzini – la ricorderò per sempre così. Un’espressione arrabbiata, infastidita, quasi cattiva… Un mix letale che modificava i lineamenti del viso rendendolo brutto. E ho capito perché.
Essere maleducati, essere indisponenti e trattare male gli altri, ci rende brutti. Possiamo truccarci e vestirci bene quanto vogliamo, ma risulteremo sempre sgradevoli, l’antitesi della bellezza. Io ero stata gentile, lei no. E quando sono uscita dal negozio mi sentivo anch’io più brutta, sicuramente più triste. Perché questa cosa, purtroppo, è contagiosa.

Il risultato ottenuto ieri è questo: non ho acquistato un secondo paio di calzini e sicuramente non entrerò mai più in quel negozio. Se qualcuno mi chiederà un’opinione, non potrà essere positiva.

I calzini sono ancora lì, nel loro sacchetto. Se ieri guardandoli provavo rabbia e amarezza, oggi li guardo e mi ricordano che la gentilezza, quando praticata, rende più belli. Meglio di un lifting e a costo zero.
È un’equazione molto semplice, alla fine. Ma che funziona solo se a praticarla siamo tutti, o il risultato sarà l’opposto.

Quindi il mio augurio per il nuovo anno è questo: gentilezza.
Siate gentili, anche quando la giornata è proprio no, anche quando è difficile e tutto vorreste tranne sorridere.
Essere gentili con gli altri significa esserlo prima di tutto con noi stessi.
Essere gentili significa sempre essere più belli.
Abbiamo solo da guadagnarci.

Fosse anche un paio di calzini colorati.

Dawson’s Creek for dummies: cos’ho imparato dal telefilm più “pipposo” di sempre

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Eh già, non si può certo dire il contrario: Dawson’s Creek è stato uno dei telefilm per teenager più seguito di sempre, ma anche il più “pipposo”.
Le storie quotidiane tra l’omonimo protagonista, l’amica e vicina di casa Josephine-detta-Joey, la stronzetta bionda che poi si rivela la più simpatica di tutti Jennifer-detta-Jen e il solo dotato di una certa ironia ma purtroppo sempre considerato l’ultima ruota del carro Pacey era costellata di pippe mentali che neanche in una vita di sedute dallo psicologo.

Come ne usciamo, Dawson?

Complici le repliche estive che hanno riproposto il telefilm a 13 anni (!) dall’ultima puntata in fascia post prandiale e qualche giorno di ferie, aidonuanaueiii (per chi non lo sapesse/ricordasse, ascoltare la sigla) ha fatto nuovamente capolino sul mio schermo tv. Incredibile ma vero, ne ho ricavato qualche regola buona. Da applicare nella vita – esageriamo! – e, perché no, anche nel lavoro.

Cos’ho imparato da Dawson’s Creek

[Joey] Pensa come una tigre, ma quando serve fai la gatta morta.

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Perché sì: la bella, pallida, tanto brava ragazza e secchiona Joey sembra la classica fidanzatina della porta accanto, ma all’occorrenza sa bene tra quali costole piantarti le unghiette rigorosamente senza smalto. Ne hanno fatto le spese più o meno tutti i protagonisti della serie: vedere per credere. Alla fine, dietro quell’aria da santarellina c’era una tigre pronta a saltare addosso a chi si fosse messo sulla sua strada. Salvo poi guardarti con quegli occhioni dolci e sbattere un po’ le ciglia per farti dimenticare tutto in meno di mezzo secondo. In effetti, qualche volta nella vita può servire anche un po’ di gattamortaggine  (ma, almeno, cerchiamo di farlo con un briciolo in più di simpatia).

[Dawson] Attenzione: i sogni possono avverarsi.

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Il povero Dawson, che in pochi anni subisce davvero di tutto (dai tracolli sentimentali alla morte del padre) e che il primo giorno di lezioni all’università si presenta con un quaderno di E.T., alla fine realizzerà il sogno della vita. Buona parte di noi si sta ancora chiedendo come, ma tant’è. Si potrebbe chiamare lieto fine, ma attenzione: pensateci bene prima di vedere i vostri sogni che magicamente si avverano. Perché le cose che vogliamo fanno molta più paura di quelle che non vogliamo.

[Pacey] Nella vita ci sarà sempre chi ti farà sentire un fallito, ma la ruota gira.

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Che non è solo un modo di dire: è una grande verità. Oggi a me, domani a te. Ed è così che il sempre sottovalutato con-la-faccia-da-orsetto Pacey alla fine troverà la sua strada conquistando anche il cuore della bella Joey (vedere ultima puntata). [E, nella vita, nientepopodimeno che quello Diane Kruger – almeno fino a poco tempo fa. La ruota ha girato ancora, evidentemente.]

[Jen] Be yourself… no matter what they say.

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C’è bisogno di spiegarlo, questo? Jen è la sciacquetta biondina, la ribelle, la stronza, la t******a, la mezza alcolizzata, quella che sceglie le amicizie e i ragazzi sbagliati. Poi a un certo punto si redime, diventa brava ragazza ma con personalità, ha un migliore amico gay che la adora, torna ad andare d’accordo con la nonna, si iscrive all’università, apre una galleria d’arte eccetera. Ma… zac! Finisce male. Molto, molto male. E non se lo meritava. Personalmente ho pianto calde lacrime (di nuovo, vedere ultima puntata), eppure lei resta la mia preferita. Per un’intera vita mi sono sempre sentita la Joey della situazione, per poi scoprire che, in fondo, mi sarebbe sempre piaciuto essere una Jen in versione castana. E tirarla fuori un po’ più spesso, questa Jen che ti fa essere te stessa anche quando è decisamente fuori luogo. Ma se non fosse così, dove starebbe il bello? [Nota a margine: poi sei diventata pure un’attrice super, alla faccia di Jen-la-stronza].

Insomma, Dawson’s Creek a qualcosa è servito. Se non altro, ai meme e alle gif animate.

Perché 17 minuti a piedi mi hanno cambiato la vita

Quei 17 minuti che vi cambieranno(in meglio) la vita

Da quando mi sono trasferita, ho la fortuna di andare in ufficio a piedi. Ci metto 17 minuti di orologio, con questo caldo anche 20 vista la pressione sotto i tacchi che mi ritrovo.

E mi piace da morire. Dopo una vita da pendolare, sempre attaccata agli orari di treni e autobus, sempre di corsa con l’ansia di perdere la coincidenza, questi 17 minuti a piedi sono stati una svolta. E un progresso notevole per la mia qualità di vita.

Ogni giorno lavorativo, dal lunedì al venerdì e una settimana al mese anche il sabato, percorro più o meno tre chilometri a piedi tra andata e ritorno. Per un totale di circa 5300 passi (la app Salute del mio iPhone non mente!)

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Quando mi spostavo in autobus o in treno di solito leggevo, qualche volta ascoltavo della musica, più spesso dormivo – alla mattina ho il risveglio molto lento e alla sera sono così stanca che appena mi siedo da qualche parte crollo, chiudo gli occhi e… perdo la fermata giusta, come qualche volta è capitato.

Pensavo che spostarmi a piedi mi avrebbe privata di tutto questo (soprattutto della lettura), ma invece ho scoperto nella camminata quotidiana risorse inaspettate.

Durante questa mezz’ora abbondante a piedi, di solito:

  • telefono: infilo gli auricolari e mi dedico alle chiamate personali, quelle che non riesco a fare durante la giornata di lavoro
  • mi guardo intorno: scoprendo spesso qualcosa che non conoscevo. Tipo, chi l’avrebbe mai detto che a cinque minuti da casa mia c’era una cosa come questa qui sotto? (io, nella mia beata ignoranza, no)
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  • penso: ecco, avere il cervello perennemente in movimento è sempre stata una delle mie caratteristiche – e anche uno dei miei difetti, in certe circostanze. Però pensare camminando è un’attività per me essenziale: pianifico le cose che devo fare, memorizzo la lista della spesa, immagino cosa preparare per cena e cosa portarmi il giorno dopo a pranzo, penso a cosa scrivere nei miei prossimi post…
  • analizzo: questo succede soprattutto durante la camminata di ritorno. Rifletto e analizzo quello che è andato bene nella giornata e quello che invece non è andato. Praticamente 17 minuti di autoterapia – che, detta così, sembra una roba pesantissima, in realtà è molto utile perché mi dà la sensazione di chiudere un cerchio, di terminare meglio la giornata.

Insomma, grazie a questi 17+17 minuti al giorno sono una persona più felice. Mi sento meglio, arrivo al lavoro più carica e serena. Nel periodo in cui andavo a lavorare in auto arrivavo sempre già nervosa, già stanca – com’è quella cosa che in macchina diamo il peggio di noi e siamo tutti più incazzati?

Vi starete chiedendo perché vi ho raccontato tutto questo. Lo ammetto: andare in ufficio a piedi mi fa sentire una persona privilegiata. E mi sono chiesta: ma perché non potremmo sentirci tutti un po’ privilegiati, almeno qualche volta, almeno per qualche minuto?

Lasciamo l’auto duecento metri più in là, invece di parcheggiarla davanti alla porta. Scendiamo a una fermata prima del tram e della metropolitana. O semplicemente dedichiamo un po’ di pausa pranzo a fare quattro passi, magari esplorando qualche via della città che non conoscevamo. Sì, lo so: la sveglia, i minuti contati, siamo sempre di corsa, per fare queste cose ci vorrebbe del tempo in più che non abbiamo… Tutto vero, tutto legittimo e condivisibile.
Ma se decidessimo che questo “tempo in più” è tempo per noi? È un regalo che facciamo a noi stessi?

Pensiamoci. A me 17 minuti hanno cambiato la vita, in meglio. I miei sono 17, i vostri potrebbero essere di più, o anche 5, purché li troviate. Purché troviate i vostri 17 minuti da qualche parte. Che sia in una camminata o in qualsiasi altra cosa vi faccia stare bene.

Buona ricerca!

Pantaloni corti VS Cervelli corti

Il problema non è indossare pantaloni corti,è indossare un cervello corto.

Ha fatto comprensibilmente molto rumore la didascalia a una foto pubblicata su Io Donna del Corriere della Sera.

“L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts. Peccato non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura”.

C’è un’unica parola che può racchiudere tutte le sensazioni che ho provato leggendo tale idiozia: schifo.

Per molto tempo mi sono sentita un brutto anatroccolo, o meglio, gli altri mi hanno fatto sentire tale.
Non ero abbastanza carina, ero troppo magra, senza forme, con troppi peli sulle gambe, con gli occhiali troppo grandi, strabica, con l’apparecchio per i denti, coi jeans che cadevano informi…

Ho passato l’adolescenza a invidiare tutte le ragazze che mi circondavano vedendo in loro una bellezza che io mi ero convinta di non possedere.
E ricordo ancora come se fosse oggi le risate, le battutine al vetriolo, le prese in giro plateali davanti a tutti nel cortile della scuola.
Ricordo ancora mia mamma asciugare fiumi di lacrime che bruciavano più dell’acido.

Ci ho messo una vita, una v-i-t-a intera a piacermi davvero e ad avere un rapporto sereno e felice col mio corpo. Ma la donna di oggi, quando si specchia, rivede ancora la tredicenne insicura e fragile che gli altri avevano il potere di spezzare con un niente. La rivedo e non me la dimentico: perché è parte di me, mi ricorda ogni giorno la fatica che a volte facciamo per stare bene e volerci bene, mi ricorda la bellezza della vittoria quando ci riusciamo, ma mi ricorda anche, purtroppo, quanto il mondo possa essere profondamente crudele e stupido.
Non avevo bisogno che me lo ricordasse anche un giornale come Io Donna.

Vergognatevi per queste parole. Vergognatevi per la cattiveria gratuita, per la crudeltà e per la stupidità che avete dimostrato e che – quella sì – indossate davvero con troppa disinvoltura.

Il problema non è indossare pantaloni corti, è indossare un cervello corto. Sapete, sull’autostima si può lavorare, e alla fine riusciamo a piacerci, ad amarci così come siamo, anche se persone come voi certo non ci rendono la vita facile.
Per la stupidità, invece, temo non ci sia proprio niente da fare.

Che cosa vuoi fare da grande?

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Quando avevo sei anni e mi chiedevano cos’avrei voluto fare da grande, nella mia testa rispondevo la benzinaia – adoravo quel profumo – o l’addetta al banco dei salumi – una delle poche cose che mangiavo era il prosciutto. Poi, però, dicevo sempre la ballerina: perché era questo che credevo gli altri si aspettassero da me e perché era quello che rispondevano tutte le mie compagne. Così, visto che dovevo fare i conti con una timidezza ai limiti della patologia e venivo già sufficientemente presa in giro, nessuno mi avrebbe notata.

A tredici anni, alla stessa domanda rispondevo che avrei voluto fare la maestra. Mestiere di tutto rispetto, certo, ma anche in quel caso non rispecchiava ciò che avrei voluto davvero fare. Piuttosto, anche questa risposta era il frutto di un ragionamento preciso, che portava a un’unica conclusione: nessuno mi avrebbe detto che non ero abbastanza brava per finire dignitosamente quattro anni di istituto magistrale. Che io potessi frequentare una scuola più impegnativa e addirittura iscrivermi all’università era un’ipotesi non pervenuta. (Sì, se ve lo state chiedendo, gli insegnanti che ho avuto non erano i miei fan numero uno.)

Ma il punto non erano gli insegnanti, né le prese in giro, né tantomeno quello che gli altri pensavano di me. Il punto era quello che pensavo io. Il punto era che le mie risposte alla fatidica domanda cosa vuoi fare da grande? o, meglio, cosa vuoi diventare? erano le tipiche risposte di una persona che non ci credeva abbastanza. Non ero mai abbastanza brava, non ero mai abbastanza sicura, non avevo mai abbastanza fiducia in me stessa.
E se non hai fiducia in te stesso non potranno mai esserci risposte giuste.

Dagli esami di terza media a oggi di tempo ne è passato, di cose ne sono successe tante. Non sono diventata una benzinaia, non lavoro al banco dei salumi e non faccio la maestra. Ma ho imparato a crederci. Ho imparato a darmi una possibilità. Ho imparato ad avere fiducia in me, con i miei limiti e le mie difficoltà. Ho imparato a non chiedermi sempre ci riuscirò? oppure sarò abbastanza brava? ma semplicemente a provarci. Perché se non ci provi tu, nessuno lo farà per te. Certo non chi ti prende in giro o chi è lì per giudicarti, che sia il tuo professore o il tuo capo.

Ed è così che, un giorno, alla fatidica domanda cosa vuoi fare da grande? non avremo più bisogno di trovare una risposta. Perché quello che vogliamo fare lo staremo già facendo.

Di quando mi hanno detto che non sapevo fare niente

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Qualche anno fa, un professore importante e molto stimato mi disse:

Marta, tu sai fare troppe cose, quindi non ne sai fare nessuna.

Ricordo questo episodio come uno fra i più difficili da metabolizzare. Una pugnalata al cuore potrebbe rendere l’idea. In un minuto sono tornata la bambina troppo timida e l’adolescente insicura, senza passare dal via.
Per me le parole contano, e contano moltissimo. Motivo per cui ho impiegato tanto tempo a farmene una ragione, capire dove potesse trovare fondamento un’affermazione simile e come potessi superarla.

Ce l’ho fatta: non tanto a superarla, quando a conviverci e, anzi, a farne un punto di forza. Vi racconto come.

È vero: so fare molte cose. Non troppe, molte, che è diverso.
Non so cambiare una gomma, non so cucinare, non so parcheggiare, non ho senso dell’orientamento, non sono brava a ordinare al ristorante, non so cantare e non so praticare sport, tanto per citare le prime prese a caso da un’infinita lista.
Ma so scrivere correttamente, so ascoltare, so comunicare, so leggere mettendoci testa e cuore, so comprendere, so parlare in pubblico, so esprimermi, so catalogare una biblioteca intera, so raccontarti chi è Aldo Manuzio, sono un’abile cacciatrice di cose perse (e anche di cause, qualche volta), sono una nerd col pallino dei social, so fare delle foto discrete, so consigliare letture che diano conforto, so ricordare particolari assurdi, so fare la manicure – pure la french, quando andava di moda –, so pettinarmi con lo chignon, e potrei continuare ancora un bel po’. Consapevole che non so fare niente di speciale né di così diverso da tantissime altre persone. E che sono qui per imparare e migliorare ogni giorno.

Quindi, troppe cose non è vero, non va bene e porta già in sé una connotazione negativa. Molte cose sì, è vero. E mi piace. Perché dovrei nasconderne qualcuna sotto il tappeto, sembrerei forse più affidabile o più competente o più valida? L’abilità di una persona non si misura certo da questo, né dal fatto che lo sia in poche o tante cose. Io delle mie percorro ogni giorno il sottile ma solido filo conduttore che le unisce e conosco perfettamente la ragione di ognuna di esse: non c’è attività, esperienza, giornata che io viva senza appassionarmi. E quando un’attività mi appassiona al punto da volerla intraprendere, studio, imparo, mi informo e ci lavoro finché non mi riesce di realizzarla davvero come dico io. Così, può succedere che io venga a casa tua a riordinarti la libreria come a creare una strategia per la tua pagina su Facebook o insegnarti a usare Instagram o ancora scrivere post per il tuo blog. E, perché no, farti la manicure. Non vuol dire che faccia tutte queste cose meno bene di una persona che si è specializzata in una sola.

Vuol dire, invece, che spesso lavoro il doppio, o il triplo, per non abbandonare nessuna delle cose che faccio e portarle avanti al meglio. Vuol dire fare molti sacrifici economici, per tutta la formazione che mi serve e che non costa poco. Vuol dire fare tanta fatica – perché quando arrivano le 2 di notte e tu sei ancora lì a casa col computer sulle ginocchia e la mattina dopo ti svegli alle 6 non è così semplice. Vuol dire lottare con le unghie – smaltate di rosso – per veder riconosciute le tue competenze e ottenere quella magica cosa che porta il nome di credibilità.

Vuol dire andare contro chi ti vorrebbe etichettare e dentro quell’etichetta metterci una sola parola, perché è meglio così, perché è più facile. Perché spaventa di meno.

Adesso non ho più paura quando mi chiedono “cosa fai nella vita”, non ho più il cuore che manca un battito perché non so da dove iniziare a rispondere. Oggi, se me lo chiedono, sorrido e dentro di me penso: vuoi davvero saperlo? Be’, allora mettiti comodo che te lo spiego. Senza paura. Senza il timore che tu non capisca. Perché il regalo migliore che mi sono fatta dopo tutti questi anni pieni di esperienze si chiama consapevolezza – la consapevolezza di ciò che sei, di ciò che ti piace fare e che sai fare. Una volta raggiunta, nessuno può portartela via.

Quindi, sì: sono una bibliotecaria, una blogger, una lettrice, una catalogatrice, una comunicatrice, una nerd digitale, una socialmediaeccetera, come sono una frana in infinite cose. Il segreto sta semplicemente nel saperlo riconoscere.

Che tu sappia fare molte cose e non saperne fare nessuna non sono due affermazioni necessariamente correlate, anzi. La variabile è sempre la stessa: dipende da come le fai.

Perché vi ho raccontato questo?
Un po’ per mettere un bel punto a questa storia, che è venuta a farmi visita spesso nei pensieri di questi ultimi anni. E un po’ perché abbiamo incontrato tutti un professore pronto a fermarci, a dirci quelle parole che feriscono e che ci infliggono una battuta d’arresto memorabile sul ring. Ma che non è definitiva. Significa semplicemente che ci prenderemo tutto il tempo necessario a rialzarci e a (ri)trovare la giusta consapevolezza del nostro valore.
Ma poi, su quel ring, ci torniamo. E attento, professore, che la prossima volta avremo con noi i guantoni da combattimento.

Perché l’ultimo video dei Coldplay è straordinario

C’è qualcosa di ipnotico e spiazzante in Up&Up, l’ultimo video dei Coldplay, che non a caso a poche ore dall’uscita è già diventato un cult con più di 11 milioni di visualizzazioni.

Al di là della musica, che può piacere o meno, al di là dei commenti più o meno lusinghieri letti ovunque – sono dei paraculi è uno di quelli che più mi ha fatto sorridere – io personalmente sono rimasta incantata davanti alle immagini. Perché? Ci ho messo davvero poco a capirlo.

Perché sono completamente fuori contesto, eppure hanno senso.

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Una tartaruga che nuota davanti ai finestrini di un treno in una grigia stazione. Un gregge sul nostro tappeto di casa mentre passiamo l’aspirapolvere. Un uomo in bicicletta sopra un bombardamento. I Coldplay che suonano in mezzo alle Tre Cime di Lavaredo. Chris che canta steso su una porzione di mondo come un Gulliver contemporaneo. Un sub che si immerge nelle nuvole. Il Golden Gate su una pozzanghera. Ballerine di nuoto sincronizzato nell’oblò di una lavatrice. Uno scaffale di libri abbarbicato su una montagna rocciosa. Pop-corn nel cratere di un vulcano. Pesci che nuotano in una città di guerra.

Niente sembra c’entrare, eppure tutto c’entra, come un cerchio magnifico che si chiude alla perfezione. Sembra un universo magico, eppure è spettacolare realtà. Solo che non siamo abituati a vederle insieme, queste realtà. La magia sta proprio lì: nel farle incontrare. In un fuori contesto meraviglioso che eleva l’ordinario a straordinario.

Siamo circondati da fuori contesto bellissimi, basta saperli vedere. Come il primo uomo sulla luna. Come il fuxia col rosso, che a molti fa orrore ma colpisce, questo sì. Come il mobile dell’ottocento che ho piazzato vicino all’armadio di design. Come il filo di perle coi jeans sdruciti. Come la dolcezza delle farfalle e il dolore delle spine di Frida. Come il papavero rosso che nasce in mezzo al cemento e ci fermiamo a fotografare.

Il fuori contesto ma sensato ottiene lo stesso effetto del sublime nell’arte. È una suggestione, un input che non ti aspetti, una piccola scossa elettrica. Ma può diventare anche quel pugno nello stomaco che fa riflettere, che mette in moto le idee.

E proprio da un’idea semplicissima nasce questo video. Immagini che fanno scattare qualcosa dentro di noi. Qualcosa che ci fa stare bene.

È questa la comunicazione buona, quella che sa dove colpire, che sa come raccontare. Quella che parte da ciò che è normale, che è banale, che abbiamo tutti sotto gli occhi quotidianamente, e sa trasformarlo in una storia. Quella che è destinata a essere ricordata. Quella che sposta il punto di vista da convenzionale a eccezionale. Quella che fa diventare qualcosa da carino a Wow!

Siate straordinariamente fuori contesto. E siatelo con convinzione, fino in fondo, senza paura.

15 cose che ho imparato a TEDxVicenza 2016

Partecipare a TED è una di quelle cose da regalarsi almeno una volta. E lo dico con piena cognizione di causa. Perché TED non è un semplice evento, non è un semplice spettacolo: TED è un’esperienza di vita.

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Nessuno di noi è un’isola, ci vuole davvero poco a capirlo. Ma spesso è proprio così che ci sentiamo. Vuoi per le difficoltà che affrontiamo quotidianamente, vuoi perché è molto più gratificante la sensazione di credersi incompresi quando siamo noi per primi a non comprendere gli altri o noi stessi, vuoi perché è molto più rilassante affondare nel divano di casa senza fare lo sforzo di cambiare le cose. O almeno provarci.

Invece, quando vivi un TED diventi arcipelago, diventi mondo: è una sensazione bellissima.

Nella giornata di sabato 7 maggio, tra le mura del Teatro Nuovo di Vicenza, ho riflettuto, ho imparato, ho riso, ho pianto, ho capito, ho conosciuto. Ho vissuto. Ho provato tante emozioni accomunate dalla voglia di scoprire, di aprirmi alle vite degli altri. E a quelle parti di me che troppe volte nascondo come si fa con la polvere sotto il tappeto, perché sarebbe troppo difficile affrontarle. TEDxVicenza – che quest’anno aveva come tema Play.Pause.Restart. – ha tirato fuori tutto, con i suoi continui input, con l’energia che si respirava in ogni angolo. E sì, anche grazie alla presenza di un grande Neri Marcorè, alla gift bag, al flash mob in stile Glee, al coffee break coi pancake…

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Quindi voglio dirti grazie, TEDxVicenza.
E lo faccio con la mia personale lista delle 15 cose che ho imparato a TEDxVicenza 2016.

  1. Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo.
    (Claudio Bertorelli, paesaggista)
  1. Potrei diventare un supereroe, uno di questi giorni. E se uno di questi giorni fosse oggi? E se fosse molto meglio essere un eroe della vita quotidiana, del qui e ora, piuttosto che un supereroe?
    (Victor Perez, visual effects artist)
  1. Cosa succede al PIL di un paese quando un professore sposa la sua cuoca? Non vi rubo il divertimento di scoprirlo da soli. Ma vi svelo che ha a che fare con la domanda più difficile alla quale mi sia mai capitato di dover rispondere: sei felice adesso? Ci sto lavorando, diciamo così.
    (Luciano Canova, economista)
  1. Nella prossima vita voglio essere un hacker. Però di quelli “buoni”.
    (Francesca Bosco, cybercriminologa)
  1. Le pause sono fondamentali, ed è spesso durante le pause che nascono le idee migliori. Perché ogni stop è solo un altro start.
    (Nikki, ambasciatore rock’n’roll)
  1. C’è un motivo ben preciso se tante volte non vogliamo sapere, non vogliamo conoscere, non vogliamo vedere. Sapere significa scegliere, e una scelta comporta rinunce e sacrifici.
    (Marianna Baldo, fotografa attivista ambientale)
  1. C’è qualcuno che potrebbe mettere in dubbio le convinzioni del Piccolo Principe: l’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore? Niente vero: esiste un paio di occhiali che può davvero aiutare a vedere chi nella vita non ha avuto questa fortuna. Perché la scienza fa davvero miracoli.
    (Stephen Hicks, ricercatore)
  1. Anche un oggetto qualsiasi può creare magia… se sai come usarlo.
    (Xavi Lozano, quotidiafonista)
  1. Niente succede per caso. Un giorno ti svegli e ti sembra di aver perso tutto, il giorno dopo grazie a questo hai la tua piccola, grande idea rivoluzionaria.
    (Susanna Martucci, imprenditrice re-evoluzionaria)
  1. E un’idea rivoluzionaria può venirti anche quando il tuo cuore smette di battere. Incredibile ma vero.
    (Marie Moe, self-hacking scientist)
  1. Ma una grande idea può venirti anche mentre stai cercando tutt’altro. Non lo dico io, e non lo dice neanche il vocabolario alla voce serendipity: lo dice lui, che è un fisico, e io ai fisici ci credo – fosse anche solo perché di fisica non ci capisco un’acca!
    (Dario Polli, fisico e ricercatore)
  1. C’è una forza che è più grande di tutte le altre: la forza di volontà. Quella che può farci vivere, almeno una volta nella vita, il nostro sogno nel cassetto.
    (Andrea Budu, runner)
  1. Io non volevo dirlo, ma lo sapevo fin da bambina che le api sono importanti: mica guardavo l’Ape Maia per niente!
    (Andrew Coté, apicoltore)
  1. La prossima idea potrebbe essere la mia.
    Ho ascoltato le idee innovative, brillanti, folli e bellissime degli speaker: perché pensare di non poter essere il prossimo? Nessuno è nato già pieno di idee, nessuno aveva già quella fatidica lampadina accesa: è la vita che te la accende, perché lo vuoi o perché ti càpita. Può succedere a tutti, basta non ripetersi continuamente “tanto non succederà mai”. Leti it be.
  1. Ho lasciato per ultima la cosa più importante. Che è sicuramente la più semplice, ed è sicuramente la più banale, ma la più difficile. E per questo dobbiamo ripetercela ogni santo giorno.
    Siamo noi gli unici in grado di cambiare le cose. Anche quando sembra impossibile. Soprattutto quando sembra impossibile.

La giornata finisce. Standing ovation, applausi, musica. Le luci si spengono, le porte del teatro si chiudono. Usciamo cambiati. Non so se più felici, sicuramente più consapevoli, sicuramente contagiati dalle esperienze che abbiamo appena vissuto.

Adesso tocca a noi.

La gift bag di TEDx

La gift bag TEDx è diventata ormai leggendaria e merita una menzione a parte: io ho deciso di aprirla a casa, per prolungare l’effetto TED.

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Ho già iniziato a muovermi in puro spirito TED: ho regalato lo zaino a papà – appassionato di fotografia – che ne è stato molto felice, e mamma ne è stata felice a sua volta perché papà ha uno zaino figo, e io a mia volta felice di vederli felici, e… avanti di questo passo l’entusiasmo si propagherà a macchia d’olio. Il senso di TEDx è anche questo, no?

Grazie agli organizzatori di TEDxVicenza e a quanti hanno reso possibile questa giornata indimenticabile. Ci vediamo il prossimo anno.

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Nemesi al supermarket

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Almeno una volta all’anno al supermercato incontro la mia nemesi – a cui a quanto pare sta davvero molto a cuore il mio stato civile – che mi fa puntualmente la stessa fatidica domanda:

“Sposata o da sposare?”

Precisando “sai, adesso sono anche mamma!” e, implicitamente: datti una mossa, che l’orologio biologico avanza.

Mi piacerebbe rispondere “Nessuna delle due!”, che è quello che penso, o che non sono fatti suoi, o che no, non sono sposata, ma finché attendo il fatidico giorno mi sono procurata un paio di amanti per essere pronta.

Potrei stare male, essere una donna-madre-moglie frustrata e delusa, non avere il lavoro per cui ho studiato e sudato una vita o non averlo affatto, o essere portatrice insana di tutte le magagne del mondo, ma se sono sposata va tutto bene. In automatico, potrei risplendere anche se la mia vita fa schifo. Se poi ci aggiungo un figlio o due, il cerchio si chiude e tocchiamo la perfezione. Non importa se quella che si vede è luce riflessa e non la mia.

So già che dire qualcosa di diverso sarebbe una battaglia persa, o peggio ancora non verrei capita. Troppe volte al mio educato e sorridente “no”, mi sono sentita dire: “be’, se tu stai bene così…” Che è l’equivalente di: be’, se sei senza una gamba ma col bastone riesci a camminare lo stesso… Cosa che, credetemi, è davvero davvero svilente (per chi la dice).
Quindi, mi limito a sorridere con il sorriso più bello che riesco a trovare e a scivolare delicatamente verso lo scaffale del tonno, di cui come ogni settimana farò incetta preparandomi a gustarlo nelle mie dolci serate estive sul divano davanti a un bel film (anche questo tipico da donna-non-sposata e sicuramente non-madre).

Poi ci rifletto, e mi dico che non dovrei prendermela, ma essere contenta. Contenta di come sono, perché mi piace. Contenta di non sentire il bisogno a tutti i costi di un matrimonio per essere completa e realizzata. Contenta di avere una madre che mai me l’ha imposto come ragione di vita, ma che mi ha sempre detto di lottare e di lavorare in primis su me stessa, senza affannarmi a cercare un principe azzurro che mi infili al dito un bel brillocco e mi faccia fare una bella nidiata di bambini. Ma un po’ mi arrabbio, anche, perché mi piacerebbe che quello sguardo che ho visto nella tizia di cui sopra e che sicuramente si troverà in molti altri esemplari umani, non esistesse più. Mi piacerebbe che, come io comprendo chi ha fatto scelte diverse dalle mie e a volte ne ho stima, ci fosse altrettanto anche per chi non fa del matrimonio il suo unico obiettivo.

Insomma, mi piacerebbe vedere uno sguardo di rispetto, non di commiserazione.

Il punto non è sposarsi o meno, per quanto mi riguarda potrei pure farlo domani. Il punto è che le domande dovrebbero essere diverse.
Vorrei che la questione topica non fosse più “sei sposata?” ma “cosa fai nella vita? cosa stai costruendo per te stessa? sei felice di quello che fai?”. A volte mi sembra davvero utopia.

Stiamo lottando con le unghie e con i denti per i diritti delle donne, per quelli civili, perché qualcosa cambi in meglio, perché le scelte di tutti vengano rispettate, e poi nella banalità quotidiana vai al supermercato e il risultato di trenta secondi di conversazione “fra donne” è questo.

Mi rendo tristemente conto che di strada ne abbiamo davvero ancora tanta da fare.

Comunque, il tonno era davvero ottimo.

Ma capitano tutti a me? La top ten degli uomini che se li conosci…

ma capitano tutti a me

…li eviti (forse).

Ci sono uomini all’apparenza meravigliosi che celano insidie pericolosissime e finanche letali. Ecco come riconoscerli.

1. Il tirchio coi buoni pasto

La prima volta offrirà lui. La seconda volta pure – ma chiederà alla cameriera, sottovoce, se accettano buoni pasto. La terza volta, chiederà a te di dividere. Lui avrà i buoni pasto. Tu, ovviamente, no.

2. L’anaffettivo mammone

Mai un bacetto in pubblico. Mai una mano nella mano. Mai uno sguardo di troppo. Mai una carezza. Mai una gioia, insomma. Poi vai a casa sua un pomeriggio e lo vedi salutare la madre con tre baci sulle guance e festival delle carezze che neanche in punto di morte. Passa un minuto e la scena si ripete. Trenta secondi dopo la terza replica. Alla quarta, ti fai delle domande… e ti dai delle risposte.

3. L’uomo a rovescio (della medaglia)

Se ti capita qualcosa di bello, lui ti farà vedere il brutto. Se una giornata è andata bene, stai certa che finirà male. Se hai trovato un nuovo lavoro, è pagato poco. Se esci con un’amica, sarà sicuramente noiosa (o stronza, a seconda). Se hai finalmente comprato quella borsa che tanto volevi, lui l’avrà vista da qualche parte al cinquanta per cento di sconto.

4. L’egotista cronico

Se un’ora è fatta di sessanta minuti, uno è a tua disposizione, cinquantanove sono monopolizzati da lui. La prima volta sarai incuriosita. La seconda volta lo troverai interessante. La terza… La quarta… La decima volta ti porterai un libro e l’ipod.

5. L’uomo “non c’è cosa che non farei per te…”

…tranne tutto il resto. Ovvero: l’incantatore. Chi proclama di darti il mondo, e poi scopri che il mondo, nella sua concezione, è ridotto a una pallina da tennis vuota. E tu a tennis nemmeno giochi più. Che fare? O ti compri una racchetta, o cambi gioco (e giocatore).

6. Il depresso senza speranza (tua)

Se sei malata, lui lo è di più. Se hai un dente del giudizio da togliere, lui li ha tolti tutti (e con grande dolore). Se sei preoccupata, devi pensare alle sue preoccupazioni molto più grosse delle tue. Fuggi, ma non prima di aver toccato ferro.

7. L’uomo “voglio anch’io”

Quello che hai lo vorrà anche lui. E più grande. E più bello. Uscite a fare shopping? Ti metterà il muso perché non ha trovato quello che “tanto cercava”. Ti compri un nuovo paio di scarpe tacco 12? Il giorno dopo lui di nuovi ne avrà tre – senza tacco 12, magari.

8. L’invidioso a prescindere

Se raggiungi un obiettivo per prima, è la fine. Ti laurei prima di lui? Un incubo. Vinci un concorso e lui no? Un infarto. Trovi lavoro mentre sta ancora sistemando il suo curriculum? Meglio morire. L’unica alternativa è batterlo sul tempo anche nella nobile arte della fuga.

9. L’uomo scalogno

Hai passato la mattinata dal parrucchiere? I tuoi capelli fanno schifo. Hai una camicetta nuova comprata solo per lui? È da vecchia. Qualcosa ti emoziona? Contieniti. Qualcosa ti commuove? Patetica. Se sei felice, troverà il modo per farti piangere che neanche tagliando cipolle.

10. L’uomo contabile

Ti fa un regalo? Gli è costato tantissimo. Fiori? Non sai quanto li ho pagati. Andate in vacanza? Stila la lista di quello che pagherà lui e quello che pagherai tu. L’uomo contabile conserva religiosamente gli scontrini e gira armato di calcolatrice tascabile. Se nel 1929 a Wall Street ci fosse stato lui, altro che crollo della borsa.

Se li conosci li eviti, dicono. O forse no. Perché alla fine, nonostante tutto, quando ci innamoriamo non ce n’è per nessuno. Una pallina da tennis diventa meravigliosa, un buono pasto la più dolce galanteria, uno scontrino un ricordo prezioso. L’amore è così (e gli uomini pure): prendere o lasciare. E noi, testarde, prendiamo.

In fondo, il bello è anche questo.

O no?